In età classica il fiume Foglia era noto come Isaurus (o Pisaurus). Da questo idronimo derivano sia il nome antico della città di Pesaro (Pisaurum), sia il toponimo del borgo alto-valledano Belforte all'Isauro.Il passaggio da Isaurus a Foglia non è del tutto certo  e le ipotesi sono diverse.


Il tratto della Bassa Valfoglia compreso tra Morciola, Bottega e Talacchio rappresenta un punto cruciale del territorio dal punto di vista idrogeologico, geomorfologico e dell'infrastrutturazione umana.
  La piana di Bottega e Morciola è caratterizzata da diversi livelli di terrazzi fluviali formatisi durante le variazioni climatiche di secoli fa. I depositi sono prevalentemente ciottoloso-sabbiosi e ricoperti da limi ed argille, rendendo il fondovalle una fascia di elevata permeabilità rispetto ai versanti marnoso-arenacei circostanti.

Fino all'inizio del Novecento, l'area tra Morciola e Bottega presentava ampie fasce paludose o soggette ad allagamento (le cosiddette "are"). I grandiosi lavori di sistemazione idraulico-agraria e la bonifica hanno trasformato il fondovalle in uno dei distretti agricoli più produttivi della provincia, poi convertito nella seconda metà del '900 in un importante polo artigianale e industriale.

Ma soprattutto,  l'abbondanza di acqua alla confluenza ha favorito la nascita di una fitta rete di fossi artificiali e derivazioni per l'alimentazione di mulini da grano e opifici fin dal periodo malatestiano e feltresco, determinando l'organizzazione degli insediamenti rurali storici della zona.


Interessante è che antichi documenti attestano che il Foglia fosse navigabile, utilizzato come una arteria commerciale tra le campagne e la costa, soprattutto per il trasporto dei prodotti agricoli.  Fin dal 1700 la frutta coltivata nei poderi e nelle tenute della vallata veniva caricata in imbarcazioni che percorrevano il Foglia fino a Pesaro, dove poi venivano vendute nel mercato cittadino. I guadagni venivano registrati nei documenti contabili e nell'archvio  di Sant'Angelo in Lizzola si conserva "Il libro delle pere e altri frutti di campo" un registro del 1500 in cui venivano annotati i profitti derivati dalla vendita della frutta trasportata via fiume. Tra le colture di pregio c'erano i famosi fichi secchi di Sant'angelo in Lizzola, che erano anche il tributo simbolico che il conte Giulio Cesare Mamiani inviava ogni anno al duca di Urbino: dodici mazzi di fichi secchi.